Iam dudum in tenues ierunt mea corda favillas, Iamque cinis factus qui modo pruna fui. Sed licet in tenues ierint mea corda favillas, Iamque cinis factus qui modo pruna fui, Hac tamen assiduis uruntur pectora flammis, Quoque magis flagrant, hoc magis ipse gemo. Quoque magis flagrant? redivivi unde ignus origo, Si sunt in cinerem corda redacta semel? Nempe faces ipsae flagrant, non cordis imago, Quam vacuus nunquam figere cessat Amor. Cur lacrymas augent incendia? liquitur igni Humoris toto corpore quicquid inest. Vix credam tanto vitam superesse calori. Albia sed vitam sufficit una mihi. Urenteis pariunt semper lenta otia amores, Unde est mors vivens, irrequieta quies. Già da gran tempo il mio cuore si è dissolto in tenui scintille, e son fatto cenere io che ero brace ardente. Ma sebbene il mio cuore si sia dissolto in tenui scintille e sia ormai diventata cenere ciò che era brace ardente, questo petto brucia ancora di una fiamma continua, e quanto più brucia, tanto più gemo. Di che dunque brucia? Donde l'origine di un fuoco che sempre si riaccende, se, una volta per sempre, il cuore si è dissolto in cenere? Veramente sono le torce stesse a bruciare, non il simulacro del cuore, che Amore impunemente non cessa mai di trafiggere. Perché le lacrime alimentano il fuoco? È lasciato al fuoco tutto l'umore che è rimasto nel corpo. A stento potrei credere che la vita resista a così gran calore. Ma soltanto Albia mi somministra la vita. A chi brucia, l'amore appresta sempre molli ozi, che procurano morte senza morte, e pace senza pace. Bocchi 1574     Page 0019      Emblem/impresa: 7